Filosofia, studiarla in e con noi stessi.

Se nel post precedente ho cercato di mostrare uno degli ostacoli concreti impliciti nello studiare Filosofia oggi, ora passo a ciò che (a mio parere) realmente richiede impegno per essere mostrato, e questo poiché pertiene intimamente a chi fa (o tenta di fare) della Filosofia una delle più importanti componenti della propria esistenza : lo studiare Filosofia in rapporto con se stessi. Ora, ovviamente non prescinderò, ma partirò da ciò che io intendo per Filosofia, vale a dire un pervasivo modus vivendi, una hexis, per dirla con Aristotele, che non tralascia di affacciarsi su nulla nella vita di chi la accoglie. Dai momenti di più “razionale” riflessione, a quelli di più ardita passione. Con ciò non si intende assolutamente indicare o delineare “un piano alto” o comunque “sostanzialmente diverso” di proprietà esclusiva dei “filosofi”. A mio avviso, niente di più errato e fuorviante. Si intende piuttosto il concetto di Filosofia come pienamente e potenzialmente appartenente a ciascuno, dal momento in cui ciascun essere umano (sia che sia pienamente sano mentalmente, sia che abbia ritardi, disfunzioni o malattie mentali) è in grado di produrre attività pensante (di minore o maggiore gradazione o complessità, questo è irrilevante), e soprattutto è parte attiva e passiva del mondo che lo circonda (dunque, a rigor di logica, è circondato da un mondo di cui è parte). Ritengo, onestamente, questo sia il pressoché unico punto di partenza fondamentale dello studio della Filosofia. Punto di partenza che, tuttavia, e questo fa (credo) spesso la differenza tra chi studia Filosofia e chi crede di studiarla, necessita di essere accompagnato da un tratto decisamente importante, che è quello della consapevolezza della profondità sostanziale del pensiero nella sua qualità come nella sua quantità nell’esistenza umana. Il chè NON vuol dire ritenere la Filosofia un che di “ottuso” (cioè di univocamente chiuso in se stesso), astratta (dunque inutile, direi) tergiversazione sulle quattro cause aristoteliche, piuttosto che sui Generi Sommi platonici o sull’Essere e l’Esser-ci heideggeriani. L’avvicinarsi ad argomenti di tal fatta (che, inutile dirlo, sono spesso costitutivi della Filosofia), infatti, NON deve implicare una riflessione in sè concettualmente ermetica : secondo me, bisogna piuttosto comprendere la portata potenziale per la nostra attività di pensiero offerta dalla riflessione su tematiche del genere trattate da praticamente tutti i pensatori della storia chiamati “filosofi”. Il tentare di destreggiarmi concettualmente attraverso Sein und Zeit, o attraverso la Metafisica, infatti, non deve a mio avviso voler dire che io non sappia e non detenga gli strumenti per potermi efficacemente lavare i denti, o per riuscire a svolgere qualcosa di meramente concreto o manuale, o ancora che io sia astrattamente privo di contatto col mondo, isolato nei miei inutili vaneggiamenti sul concetto di Tempo o Spazio. Le risorse riflessive, cognitive, mentali che (previa applicazione del giusto approccio) io posso coltivare entrando in contatto ed analizzando certe tematiche, possono conferirmi senza dubbio una grande destrezza, elasticità e profondità concettuale, tutte caratteristiche che hanno la possibilità di essere riversate, trasposte, investite in versatili risorse pratiche. Ciò che voglio dire è che la potenzialità delle mie riflessioni su temi così astrusi e apparentemente così incolmabilmente distanti dal contesto empirico che mi (ci) circonda, in realtà rivelano le loro potenzialità e conseguenze anche (e spesso in egual misura) sul piano empirico-materiale. La fittizia nettezza della linea di demarcazione tra “astrusi pensieri astratti” e piano esecutivo-materiale, ha ragione di esistere fino ad un certo punto. E anzi, gli esiti dello studio della Filosofia sono, dal punto di vista storico, palesemente paralleli tra empiria, pratica e astrattezza concettuale. Lo scaturire e il formarsi della “scienza” modernamente intesa, della medicina, della matematica, della “logica”, della “psicologia”, ne sono solo alcune dimostrazioni.

Prendere consapevolezza della portata imprescindibile del nostro pensare (sebbene qui non abbia, forse, sufficientemente chiarito ciò che questo verbo evoca ed è in grado di evocare), ad ogni livello della nostra esistenza, credo dunque sia un passo decisivo. Questo, chiaramente, non è, nè PUO essere, una “passeggiata di salute” : dal momento in cui la coltivazione di tale consapevolezza apre un ventaglio pressoché infinito di potenzialità e risorse, bisogna incontrarsi e spesso scontrarsi con la forza del pensiero, nonché con l’abisso del Nulla, di modo che spesso il tutto diventa difficilmente gestibile. Lo diventa nel momento in cui ci si scontra con l’architettura spietatamente materialistica della nostra società (come dicevo nel post precedente), lo diventa quando si tenta di trovare un equilibrio tra quelle che sono le istanze esterne a noi e la nostra mente, tale per cui spesso si presenta il rischio di trovarsi impotenti di fronte alla necessità di quest’equilibrio (fondamentale per un sano svolgimento dell’esistenza) : in una parola, si rischia di chiudersi eccessivamente in se stessi, con l’incomprensione (più che giustificata, dal momento in cui il problema investe noi in primo luogo) da parte degli altri (e, più in generale, di ciò che ci circonda), e talvolta persino di noi stessi, come conseguenza. Questo è, devo ammettere, parte dei giochi. Almeno secondo me. Vestire l’habitus della Filosofia in maniera autentica implica il camminare perenne sulla fune infinita del pensiero, in un equilibro che, spesso, è pericolosamente precario per noi stessi. E tuttavia, nonostante le difficoltà, la fusione di noi stessi con la Filosofia, e della Filosofia con noi stessi, ci offre la possibilità (che mai e poi mai potrà essere estorta) di entrare in contatto con qualcosa di talmente prezioso da essere difficilmente stimabile : la consapevolezza della nostra ricchezza, della nostra potenzialità, in una parola di noi stessi, che finiamo in questo modo per diventare ed inglobare la Filosofia stessa, indossandola. Questo non si traduce, ne si tradurrà mai, nel fornire risposte o codificare/decodificare problemi e soluzioni specifici e/o circoscritti : si traduce nel perenne status di …-consapevolezza-constatazione-ricerca-consapevolezza-constatazione-ricerca-…, che è peculiare alla natura umana. Si traduce in un contatto interiore con noi stessi vorticoso e intenso, spesso lacerante e a-direzionale, e nondimeno sempre autentico.

Aristotele attribuiva la causa della nascita della Filosofia alla “meraviglia degli uomini”. Beh, niente di più esemplificativo, credo, rispetto a quanto detto finora. La forza e l’autenticità, oltre che la natura, dell’essere umano risiede nel suo potersi muovere verso e da se stesso, e quindi verso e dal (micro)mondo che lo circonda. La “meraviglia” non è il vezzo di immaginifici sognatori, è la -consapevolezza-constatazione-ricerca- della nostra natura.

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