Filosofia, studiarla nella società.

Certamente, essere uno studente di Filosofia non è cosa semplice, non foss’altro che per l’organizzazione universitaria italiana (io studio alla Sapienza), ma questo è discorso a sè. Non è semplice perché (e ne è la riprova il fatto che, via via, nelle università tale corso di laurea va misteriosamente scomparendo, o comunque viene bassamente considerato come surrogato di una vita di noia) senza dubbio comporta una serie di scelte difficili, prima e più concreta fra tutte quella di essere considerati inutili dal punto di vista sociale. “Che razza di contributo puoi fornire alla società? Quale può essere il frutto concreto dei tuoi studi?” : queste le (non sempre) implicite e perplesse reazioni alla risposta di cosa si studia. Certamente, questo è l’ostacolo primo (ribadisco, sul piano meramente concreto) che chi studia Filosofia si trova a fronteggiare. Ostacolo che, a mio parere, è dato da un condizionamento sociologico di massa da cui oramai dubito ci si possa emancipare : quello del senso comune, che, depauperato delle sue nobili potenzialità, viene addomesticato, tarpato e condizionato dalla società stessa. Così, si tende a considerare l’utilità produttiva come quasi indipendente dalle nostre facoltà e potenzialità mentali, tale per cui chi studia Filosofia potrà unicamente tessere le trame della propria rovina sotto un ponte, insieme ai suoi dilemmi esistenziali. Ovviamente, queste “convinzioni del senso comune”, affondano le radici nella direzione marcatamente materialistica perseguita dalle nostre società, le quali, grazie alla loro architettura capitalistica, vanno avanti e avanti inesorabili, guardando in faccia (o, piuttosto, dando un’occhiata, visto che “guardare” implica una qualche considerazione) solamente chi possa contribuire sul piano materiale. Ora, non c’è dubbio che, così come i carmina, anche i pensieri non danno pane (nel senso di partorirlo). E tuttavia, se ognuno di noi ascoltasse (e fosse messo nella condizione di ascoltare) in profondità le autentiche radici di se stesso, unitamente ad una quantomeno discreta dose di cultura, potrebbe comprendere non solo quanto inutili sarebbero le attuali “scienze ufficiali” della mente umana (mi riferisco a psicologia e psichiatria) insieme persino alla medicina (e a tutte le sue branche), ma anche che quest’ultime non sarebbero minimamente esistite, senza che fosse esistito, nel fluire inevitabile della storia, quell’attività PRODUTTIVA del pensiero chiamata Filosofia. La quale, non dimentichiamolo, nasce per sollevare domande, e senza le domande non ci sarebbero (state) risposte. Produrre pensieri, sollevare interrogativi, destreggiarsi nell’indecifrabile sfera della mente, è produzione per eccellenza, “produzione prima”. Ora, è quanto mai ovvio che oggi la Filosofia (ed il suo ruolo) abbiano subito un declassamento fino ad essere considerati vezzi per perditempo, ma non nego che sia estremamente avvilente. E questo non lo dico da studente o per gli studenti in nome di chissà quale “rivolta” di parte. Lo dico da essere umano, dal momento in cui trovo avvilente la sconfitta del ruolo del pensare nella società. Ruolo che, dal mio punto di vista, dovrebbe quantomeno affiancare dignitosamente non solo ogni importante questione sociale, ma anche e soprattutto affiancare la nostra essenza in quanto esseri umani, accompagnare con consapevolezza noi stessi. È facile parlare di “cultura” in modo frivolo, dal momento in cui se ne gettano via e calpestano le fondamenta. Pertanto credo che, piuttosto che sbarrare la strada alla Filosofia relegandola a corso di studi accademico (peraltro abbastanza maltrattato anche in quest’ambito), sia auspicabile non una RIvalutazione, bensì una valutazione adeguata delle sue potenzialità, e che le venga conferito un posto sociale che non rispecchi inutilità, bensì le sue potenzialità, tanto e da tanti ignorate. Perché, onestamente, trovo che non riconoscere (anche al livello concreto) la fondamentale importanza dell’attività mentale in tutte le sue sfaccettature, sia un insulto, oltre che una perdita. Lo smettere di voltare irritatamente la testa di fronte alla Filosofia per volgerla unicamente ed esclusivamente a ingegneri, medici e avvocati, potrebbe contribuire non dico al miglioramento nel complesso, ma per lo meno ad un autentico potenziamento del tessuto e della PRODUTTIVITÀ sociale.

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Una risposta a “Filosofia, studiarla nella società.

  1. Ni. Nel senso di si e no. Nel senso che condivido tutto ciò che hai scritto di positivo dell’arte del pensiero filosofico mentre non credo che esista una idea di massa così negativa riguardante l’inutilità di un percorso di studi filosofici. Benvenuto nella blogsfera
    Lu

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